CHI SONO


LA MYA STORIA CON I RITI TIBETANI

Ho conosciuto i Riti Tibetani nel 1996. A quel tempo insegnavo presso un centro fitness in Svizzera diverse discipline, quando un gruppo di persone si presentarono, chiedendomi di coordinare per loro un corso nella mia sala, poiché la loro guida era in partenza. Mi lasciarono il piccolo volume I cinque tibetani per permettermi di approfondire e dopo una settimana si ripresentarono per sapere se avessi avuto l’intenzione di portare avanti il loro insegnamento, ma risposi di no. I Riti Tibetani non s’improvvisano, per quanto leggendo il libro di Peter Kelder si potrebbe ritenere che siano alla portata di tutti, ma non è così o almeno non lo fu per me e la mia mania di “non nuocere”.

Nei mesi successivi feci pratica da sola, sulla mia pelle, mettendo in atto le mie conoscenze di biomeccanica del movimento, prendendo regolarmente appunti e cadenzando i benefici che esperivo. Solo dopo un anno mi presi il rischio d’insegnare un metodo tanto nuovo e dinamico a un gruppo di volontari, con i quali avviammo un corso sperimentale chiamato “chakrasgym”, perché non osavo auto-candidarmi come istruttrice di Riti Tibetani.
Nel corso proposto si praticavano i rituali in gruppo, tre volte a settimana e singolarmente nei restanti giorni, per poi confrontarci.

In parallelo, si teneva un diario personale per monitorare la pratica, si approfondiva lo studio dei chakras e si affiancava l’esperienza nel quotidiano secondo il motto: gli accadimenti esterni sono lo specchio delle vicissitudini interiori.
I risultati furono tanti e ancora oggi ne conservo un ricordo splendido, l’unico deficit, se mi è permesso dirlo, è che il primo gruppo contava di sole donne: bellissime&chakrissime, ma donne!

Dico questo perché, di fatto, i Riti sorsero in monasteri abitati da monaci-maschi: individui votati all’astinenza e alla castità, con una più che probabile necessità di “ri-convertire” il proprio impulso sessuale, giacché adifferenza delle ladies, che hanno un numero di cellule uovo fisso dalla nascita, gli uomini producono miriadi di spermatozoi per tutto l’arco della vita e quest’impellenza, questo surplus detta legge, la legge di Natura: un ordine difficile da sovvertire, trascendere o sublimare… ancor di più, in una comunità maschile – il monastero – composta di varie fasce d’età, dove il tema “amministrazione della sessualità”, richiede risoluzioni efficaci, anche solo per ridurre le polluzioni notturne (eiaculazione nel sonno).

Premesso questo, non voglio dire che i Riti siano a “misura di maschio”, ma di certo i praticanti uomini ne traggono un beneficio direttamente proporzionale al loro richiamo di natura, sensibilmente più incalzante di quello femminile.

Le donne invece, hanno l’onere e l’onore di realizzare in sé il femminino sacro per infonderlo al proprio partner e ai propri figli, pertanto la quotidiana messa in opera dei Riti, si presta a essere un valido ausilio per potenziare il benessere psico-fisico integrale e stimolare le energie essenziali a intraprendere un percorso esistenziale di più vasta portata.

Il lavoro sul Sesto Rito resta comunque sostanziale per ambo i sessi, per imparare a riconoscere i propri impulsi e indirizzarli coscientemente, senza dissipazioni.

Personalmente ritengo che la pratica di questo rituale sia soggettiva, perché la quantità e la qualità di energia sessuale trasmutabile varia da individuo a individuo.

Nella mia pratica, per avvertire la trasmutazione con il Sesto Rito, sento la necessità di svolgere i primi cinque in ordine sequenziale, non interrotto quindi da pause o altri esercizi tra un rituale e il successivo; questo mi permette d’innalzare o nobilitare progressivamente l’energia sessuale, visualizzandone il percorso ascendente, affinché non collassi o ripiombi su se stessa. Tutt’al più trovo beneficio nel fare “l’aratro” e “la candela” dopo il primo Rito, ma dal secondo al quinto, più nessuna divagazione.

Il risultato finale è uno stimolo sessuale quietato e un “quid creativo” da reinvestire in altri termini; termini per me fondamentali perché, a parte il primo periodo della mia vita, dove ho aperto e lavorato in centri medico-sportivi, mi sono sempre in parallelo occupata di arte (www.myalurgo.ch) e studi esoterici, in particolar modo il cristianesimo mistico secondo gli insegnamenti rosacrociani di Max Heindel.

A ogni modo, ho provato a esercitare i rituali alternandoli con esercizi di yoga, pilates, stretching e altre formule più consone a una tonificazione muscolare mirata, ma a parte un benessere generale, il miglioramento della sindrome pre-mestruale e un’ottimizzata elasticità, non ho avuto il sentore che vi fosse una reale trasmutazione sessuale nella triplice ripetizione del Sesto Rito, poiché veniva a mancarmi il consueto “sintomo” di riconoscimento: una salivazione con gusto metallico o ferroso.

I fattori determinanti per me sono stati le chiusure ermetiche, contrazioni o bandha e il respiro circolare, protratto quanto possibile durante l’esecuzione dinamica dei primi cinque Riti, ma stando attenta a non effettuare brusche accelerazioni, per non incrementare la frequenza cardiaca sino al punto da non permettere più una corretta respirazione nasale.

Un altro importante fattore è stato avere del materiale sessuale da “porgere a potenze superiori”; senza quest’accumulazione data da una ritenzione sessuale “monacale”, non può esservi a mio avviso una reale riconversione dell’energia… se non ce n’è, non ce n’è.

In conclusione, dopo anni di pratica e raffronti – motivo per il quale mai mi sarei lasciata scappare l’occasione di conoscere la stimata maestra Silvia Salvarani (www.setteritibetani.it) – ancora oggi reputo che i Riti siano una grande risorsa per ogni ricercatore spirituale e con tale termine, faccio riferimento a chiunque sia disposto ad andare contro natura (contro la legge di cieca riproduzione per il mantenimento della specie), rivoluzionando tutte quelle consuetudini interiori, che ci rendono solamente umani, quando il destino o la destinazione che ci spetta “come esseri di buona volontà e libero arbitrio” è di gran lunga più celestiale.

Mya Lurgo, 7 corpi

 

“L’elisir di eterna, ripeto, eterna giovinezza”

 

Ritengo riguardi l’eterizzazione del corpo, affinché si presti a diventare SOMA PSUCHICON* o veicolo per la nuova era; il fatto che vi siano dei benefici effetti visibili sull’intera vitalità dell’organismo è evidente, basta provare per credere, giacché l’aspetto esteriore di rinvigorimento e l’aspetto interiore di rigenerazione sono l’uno lo specchio dell’altro, ma la rivoluzione vera e propria riguarda il sesso e i Riti Tibetani sono una tecnica per non depauperare l’energia creativa; senza contare, che operano a tutti i livelli: dalla materia all’eterico e dall’emozionale al mentale sino all’anima, intesa quale quintessenza per nutrire lo Spirito in noi.

Va specificato, che nella sessualità in sé non vi è qualcosa di “male”, ma occorre acquisire dimestichezza con la propria passionalità e i propri eccessi per evolvere… l’energia scende o ascende e noi siamo energia, what else?

 

 


* SOMA PSUCHICON. Termine usato da San Paolo. Significa “corpo-anima”; ed è quest’ultimo il termine utilizzato negli studi rosacrociani. È la veste della nuova dispensazione e il veicolo che rende possibile entrare nel Tempio invisibile. È il “dorato manto nuziale” fra l’io personale e l’Ego, e non deve confondersi con l’anima. È formato dallo sviluppo dei due eteri superiori del corpo vitale: l’etere luminoso e l’etere riflettore.